La cittadella degli archivi di Milano fa un salto nel futuro: “Può essere uno spunto per l’Italia”

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MILANO – Un nuovo modo di archiviazione che può non solo risolvere i problemi di urgenza meneghini, ma rappresentare un modello per ovviare ai singhiozzi di un intero Paese, un’ottimizzazione dello spazio raddoppiando i km di linee di ‘capienza’ cartacea oggi presenti in via Gregorovius, aumentando da da 80 a 190 km complessivi. Questi sono gli obiettivi che si prefigge il programma di ridisegno della cittadella degli archivi di Milano, teatro questa mattina di un sopralluogo da parte della commissione comunale Servizi civici, con il sovrintendente agli archivi al Comune e direttore della struttura Francesco Martelli nel ruolo di Cicerone.

Il progetto di ampliamento, che ammonta a 17,9 affidato a MM Spa, si realizzerà attraverso la costruzione di un nuovo impianto meccanizzato, e il nuovo polo prenderà il nome di Mi.MA. (Milano Metropolitan Archives). Come afferma lo stesso Martelli ai microfoni della ‘Dire’, la cittadella “ospita circa 90 km lineari di archivi, che sono un terzo del volume complessivo di documentazione che ha il Comune di Milano”, e la metà “sono completamente robotizzati”. In fondo, “la meccanizzazione degli archivi ha un vantaggio fondamentale- spiega- che in pochissimi metri quadrati può ospitare una grandissima quantità di volume documentale”. Parliamo di “un rapporto 4 a 1, ossia del fatto che in una normale situazione di archivio in 4.000 metri quadri tengo 14 km di carta, in uno robotizzato io ottengo 40 km metri di carta in 2.000 mq”. Il nuovo progetto ha invece “una capacità complessiva di 80 km di carta su 2.000 mq di superficie”, che per Martelli “è la svolta per risolvere le emergenze archivistiche di tutta Italia”. Infatti, “se noi dimostriamo che in 2.000 mq siamo in grado di fare 80 km di archivio, un centro come questo per ogni regione potrebbe risolvere almeno la metà dei problemi di archivio sullo scenario nazionale”. 

In effetti la frontiera per tutto il mondo dell’archiviazione è in movimento, da un lato infatuato e dall’altro spaventato dall’era della digitalizzazione, un processo sì utile e inevitabile ma su cui occorre fare dei distinguo e delle precisazioni, prima di tutto di natura economica, che spiegano come sia necessario per un’amministrazione come quella meneghina coprire questo processo con un finanziamento nell’ordine dei 2 o 3 milioni di euro all’anno. Infatti, “se l’utente paga 20-25 euro per un accesso agli atti e a me digitalizzare quell’atto mi costa 200 euro- osserva- sono 180 euro di differenza che deve coprire l’amministrazione”. A questo punto, “si può immaginare quindi di chiedere di pagare il doppio o il triplo a chi richiede un accesso per una pratica digitalizzata”, quello però che serve capire è che “da un punto di vista industriale nella digitalizzazione non c’è un ritorno, ma c’è un ritorno di interesse pubblico”. In virtù di ciò, “ci deve essere per forza un delta che viene ricoperto da fondi pubblici perché l’obiettivo è quello di semplificare la vita al cittadino”. Quel che serve però è anche specificare questa transizione e ‘rinverdire’ il ruolo imprescindibile della carta. Già, perché la digitalizzazione non la eliminerà, semplicemente perché ancora non può farne a meno. “C’è una quota di ammissibilità in cui si riconosce che un documento originale cartaceo può essere sostituito da un docuumento digitale, ma è un campo molto ristretto”, afferma Martelli. Per “la stragrande maggioranza dei casi”, infatti, ci sono documenti cartacei “che vanno conservati per forza, a prescindere dal fatto che vengano digitalizzati o meno”. Ecco perché “digitalizzare non significa toccare o eliminare la carta, ma rendere quello stesso documento accessibile a tutti e a tutto il mondo con un clic, consentendo al contempo una consultazione multipla, senza aspettare il proprio turno”. 

La rivoluzione, insomma, c’è, ma la carta non pagherà sulla ghigliottina, insomma: piuttosto, sarà valorizzata. “Anche oggi il cartaceo è l’originale”, evidenzia Martelli. Infatti, “quello che oggi ha 50, 100, 150 anni e oltre ad essere verità storica è frutto non solo di passaggi normativi e conservativi ma di passaggi accidentali: nel 1943 ad esempio coi bombardamenti abbiamo perso gran parte del nostro patrimonio culturale”. Tuttavia, “quello che rimane della nostra storia” è solo “una serie di avanzi che sono frutto di tantissime casualità, però sono una traccia ineludibile: il digitale è una dimensione completamente diversa: tra 40 anni noi potremmo dire cosa ci ha lasciato ma la domanda è: il digitale tra 40 anni ci lascerà la verità o le bugie?” 

A tal proposito, uno dei momenti più significativi del sopralluogo è sicuramente la lettura di un documento con cui la Prefettura di Milano nell’agosto del 1938 indicava ai vari amministratori provinciali di iniziare a ‘censire’ gli ebrei sul territorio, unito a un faldone in cui appunto si registravano tutti gli ebrei residenti in città. Questo per parlare di un altro tema sollevato da Martelli, ossia “l’interesse che un certo documento suscita”, ragionamento in cui si entra per comparare oltremodo cartaceo e digitale, questa volta trovando punti in comune. “Un fatto può essere storicamente non rilevante ma diventa talmente famoso diventando una storia di popolo, e quindi va conservata” spiega il sovrintendente, secondo cui in rete succede (più o meno) la stessa cosa. “Se Fedez fa un video in cui fa ginnastica in terrazza e fa 7 milioni di visualizzazioni, tra 50 anni quella sarà una dimostrazione straordinaria di come viveva la nostra società, perché se uno che fa ginnastica in terrazzo fa 7 milioni di visualizzazioni- osserva- quella è una traccia della nostra storia”. Insomma, “tra 100 anni diranno che eravamo malati di palestra, e potrebbero aver ragione”, ironizza Martelli, e siccome “quello che si è lo si vede nel tempo”, questo sarà anche “il caso del digitale”. Certo con un rischio in più: “Proprio perché il digitale non è fisicamente confutabile, io non so se di quello che ora gira in rete rimarranno le cose vere oppure- conclude- quelle non vere”.

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