ROMA – “Morrò pecora nera”, parole pronunciate con quella caratteristica ‘R’ alla francese che Francesco Guccini cantava 50 anni fa in ‘Canzone di Notte n. 2’ dall’iconico Via Paolo Fabbri 43. Perché non voleva uniformarsi, scelta forse più semplice ma per niente ‘gucciniana’, alle “tante stanche pecore bianche” perché “scusate, non mi lego a questa schiera”.
È così che nella sua amata Pavana il Maestrone ci ha lasciato, ostinatamente uguale a se stesso, sempre pecora nera e non stanca pecora bianca, la scelta di non essere un cantautore militante (“ho toccato la vita delle persone, di gente che si barcamena”) e quella di rivendicare di essere sì di sinistra, ma non comunista (“Non avrei mai potuto esserlo, con quel che avvenne col totalitarismo sovietico” anche se “riconosco i tanti pregi che il Pci ebbe nella crescita della società italiana”). Perché lui cantava di amore e di dolore, anche di anarchia che era una filosofia che sentiva vicina come ideale e dal punto di vista romantico (“Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano ‘gli uomini son tutti uguali’ e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via, la bomba proletaria e illuminava l’ aria, la fiaccola dell’ anarchia”, da La Locomotiva).
ERA NATO A MODENA
Francesco Guccini era nato il 14 giugno del 1940 a Modena, da dove però se ne andò giovanissimo, giusto il tempo di imparare a suonare la chitarra da queste parti, a Bologna dopo aver trascorso parte di infanzia e adolescenza nell’amata Pavana, Appennino pistoiese al confine con il territorio bolognese, a causa della guerra.
Gli anni seguenti Guccini li divise tra giornalismo, breve esperienza alla Gazzetta di Modena, studi universitari mai terminati, al ritorno dal militare si iscrisse alla Facoltà di Magistero con indirizzo in Materie Letterarie rinunciando così ad entrare a far parte dell’Equipe 84 per poi diventare docente di lingua italiana presso un’università americana a Bologna, e musica. Soprattutto, musica.
L’ESORDIO CON FOLK BEAT N.1
Nel 1967 entrò con tutta la sua grandezza, non solo fisica: l’esordio con Folk Beat n. 1, con canzoni che gli aprono di diritto le porte della storia della musica italiana: Noi non ci saremo e Auschwitz (La canzone del bambino nel vento). E poi ancora Statale 17, indimenticabile la versione live con i Nomadi di Augusto Daolio che introduce citando La Strada di Kerouac, Il Sociale e l’Antisociale e Canzone per un’amica (In morte di S.F.).
Nel 1970 pubblica L’isola non trovata, un album che lo vede collaborare con artisti straordinari come il pianista Vince Tempera, il batterista Ellade Bandini e il bassista Ares Tavolazzi. ‘Radici’ del 1972 è stato un salto di qualità per Guccini, l’eterna ricerca delle proprie radici lo portò ad incidere canzoni come Piccola città, Incontro, Canzone dei dodici mesi, Canzone della bambina portoghese, Il vecchio e il bambino e la mitica Locomotiva. Altra chicca quella del 1973 è Opera buffa, album live registrato nella sua Osteria delle Dame e denso di straordinarie versioni di pezzi come Fantoni Cesira, Il Bello, La Fiera di San Lazzaro, Di mamme ce n’è una sola. Con Stanze di vita quotidiana (1974) torna a puntare l’attenzione sulla riflessione e sull’intimismo.
VIA PAOLO FABBRI 43 E L’AVVELENATA
Poi arriva l’anno di ‘Via Paolo Fabbri 43’, è il 1976. C’è L’avvelenata, con cui rabbiosamente, se così si può dire, risponde a critiche e contestazioni, soprattutto dal giornalista Riccardo Bertoncelli citato nella canzone. E poi Piccola storia ignobile che racconta il dramma dell’aborto; Via Paolo Fabbri 43, indimenticabile blues che rievoca le notti bolognesi e le atmosfere dell’epoca. Nel 1978 arriva Amerigo, l’album di Eskimo, che canta di un amore in crisi con lo sfondo culturale e politico degli Anni 70. È anche il disco che vede Guccini inaugurare il rapporto professionale, e poi l’amicizia, con il chitarrista Juan Carlos ‘Flaco’ Biondini.
L’ALBUM CON I NOMADI E IL PRIMO ROMANZO
Nel 1979 esce Album Concerto, un live realizzato con i Nomadi e registrato al Kiwi di Piumazzo e al Club ‘77 di Pavana, l’album di Statale 17, Dio è morto e Noi non ci saremo. Negli Anni 80 arrivano altre produzioni di qualità, come Metropolis con cui apre il decennio e che dedica a città ricche di storia come Bisanzio, Venezia, Bologna, e Milano. Nel 1984 pubblica il caratteristico live Fra la via Emilia e il West, registrazione del trionfale concerto in Piazza Maggiore a Bologna. La sua produzione ininterrotta porta poi a Signora Bovary: qui canta di persone che sono legate a lui, come in Van Loon dove si rivolge a Ferruccio Guccini, il padre; Culodritto è la figlia Teresa, nata nel 1978. Il brano Scirocco, tratto da questo album, vince la Targa Tenco. L’amore per la scrittura nel 1989 lo porta ad esordire con Croniche epafaniche, il suo primo romanzo.
Nel 1993 pubblica Parnassius Guccinii, dall’omonima farfalla dell’Appennino tosco-emiliano, l’album di Samantha, un amore mai realizzato, di Farewell, con cui cita Bob Dylan (da Farewell, Angelina) e di Canzone per Silvia, scritta per l’attivista Silvia Baraldini. Il diciassettesimo album D’amore di morte e di altre sciocchezze chiude gli Anni 90. Il secolo, invece, lo chiude con Stagioni, l’album sullo scorrere degli anni e che contiene Ho ancora la forza scritta con Ligabue. In sequenza arriveranno poi Ritratti, L’ultima Thule che registrò all’interno del Mulino della famiglia Guccini, a Pavana.
GLI ULTIMI DISCHI
Tra il 2022 e il 2023 pubblicò Canzoni da intorto, certificato Disco di Platino e vincitore della Targa Tenco per la categoria ‘Interprete di canzoni’, fu anche l’album fisico più venduto del 2022, e Canzoni da osteria del 2023, una raccolta di canti popolari selezionati dal Maestro.
Mancherà Francesco Guccini. Negli ultimi anni la sua assenza dalla musica, legata anche a problemi alla vista, non si è forse troppo fatta sentire perché c’era la consapevolezza che lui fosse lì, nella sua casa di Pavana, alla fine di quella discesa aperta a tutti. Anche a giovanissimi abitanti del posto che lo raggiungevano per chiedergli ricordi, aneddoti, racconti di un tempo cantati con ineguagliabile maestria. Forse più di tutti proprio a quei piccoli e discreti vicini di casa, a cui il Maestrone apriva le sue memorie e regalava la sua inestimabile cultura. Con la ‘R’ alla francese.
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