Aggregazioni in associazioni fra professionisti e\o STP, servono modelli… ma non solo

di Alberto Righini*

Tutti noi professionisti e anche io in prima persona, abbiamo già affrontato in vari convegni le problematiche relative alle aggregazioni professionali, alla costituzione di una società tra professionisti o di un’associazione fra professionisti; oggi più che mai, è un’esigenza sentita dalla nostra categoria ed è una priorità per poter stare su un mercato competitivo ed offrire servizi professionali di qualità.

Spesso si parla del limite – che effettivamente esiste – con riguardo alla creazione da parte di professionisti di forme di raggruppamento.

Come noto, tale limite riguarda principalmente la normativa fiscale: ed invero, la normativa fiscale costituisce un freno alle organizzazioni fra professionisti (e quindi anche la costituzione di nuove società o associazioni) anche, ma non solo, in considerazione della scelta che deve essere fatta fra “reddito per competenza” o “reddito per cassa” in considerazione della formula associativa che si adotta. In più la mancanza di certezze circa una neutralità fiscale nel conferire la propria struttura originaria in una nuova associazione è sicuramente un altro problema

Al di là degli aspetti fiscali, esistono altri aspetti di natura prettamente societaria che impattano sulle difficoltà sul come costituire e regolare una società o un’associazione tra professionisti.

Concretamente a livello societario, tra le altre, le tematiche principali sono:

1) quale governance scegliere? Adozione di delibere ad unanimità o a maggioranza? Amministrazione disgiunta o meno? In caso di veto la decisione viene rimessa all’assemblea (decide a maggioranza per teste o su ripartizione degli utili)?

2) come dividere gli utili? In base ad utili/quote fisse o variabili? La scelta non è di poco conto in quanto le conseguenze sono rilevanti. Si pensi ad esempio se si opta per la ripartizione in maniera fissa, vi è il rischio che la struttura si “addormenti”; viceversa, se la scelta ricade per una ripartizione variabile, vi è il rischio di “accaparramento” della clientela quando la stessa entra in Studio.

Ancora, sarà necessario definire il c.d. “punto di partenza” degli utili/quote, ovvero se considerare il fatturato generato, le marginalità prodotte oppure quanto dichiarato nella denuncia dei redditi da ciascun singolo professionista negli ultimi X anni, apportando naturalmente le dovute rettifiche e aggiustamenti.

Questi sono solo due aspetti da considerare ma ve ne sono molti altri e quello che si vede è che a fronte di queste varie problematiche ci sono al più solo studi teorici mentre mancano modelli pratici da consultare e sui quali potersi misurare, progettare il proprio futuro insieme.

Su questo aspetto certamente le varie classi dirigenti della professione devono investire di più per dare a tutti i colleghi delle risposte concrete sui vari problemi pratici che si pongono quando si vuole fare veramente una aggregazione tra professionisti.

Ma, ancora, esiste un altro aspetto (anche se non di tipo fiscale – societario) che possiamo mutuare utilizzando una metafora sportiva, ossia: come si può convivere e quindi come “giocare di squadra?”.

La maggioranza degli appartenenti ad organizzazioni professionali sostiene che giocano di squadra seppure, se si approfondisce la tematica, non sanno poi spiegare cosa voglia veramente dire.

Di fondo il gioco di squadra presuppone alcune basi minime che sono:

1) la definizione di obiettivi comuni che diano al contempo soddisfazione al singolo;

2) la predisposizione di una strategia che si fondi sugli obiettivi da conseguire, (ad esempio, prevedendo la specializzazione e la suddivisione in team di lavoro o dipartimenti con diverse specializzazioni per fare una lavoro di maggiore qualità e dare una completezza di offerta ai clienti, oppure, all’altro estremo, la specializzazione di tutto lo studio su una singola tematica;

3) la definizione dei ruoli dei singoli;

4) predisposizione di regole- che sono fondamentali (*su questo aspetto un appunto che può sembrare ovvio ma poi in pratica non lo è: il presupposto del gioco di squadra è che si prendono insieme le varie decisioni e anche se un soggetto è inizialmente dissenziente è necessario che poi si conformi alla volontà della maggioranza portando avanti quello che si è deciso insieme, come squadra. Questo semplice regola, in soggetti tendenzialmente individualistici quali sono i professionisti, è piuttosto difficile, ma è la cosa più importante da fare, altrimenti è inutile parlare di “gioco di squadra”).

Peraltro, a monte del gioco di squadra è necessario condividere “quale” gioco, quale “partita giocare” e con quale sentiment: è chiaro che se si sceglie “lo stile Rotary”, dove l’impegno è relativo e il commitment è contenuto, si avrà un diverso coinvolgimento da parte dei componenti rispetto a se si sceglie “lo stile ferrata in montagna”, dove la vita di ciascuno dipende da quella degli altri componenti la squadra.

Tutto ciò coinvolge tutte le professioni e gli organi elettivi a capo delle professioni – ed in particolare nel mio caso la professione dei Commercialisti –  ai quali è richiesto oltre che di promuovere la soluzione degli ostacoli fiscali e societari, anche di approfondire in modo nuovo questi temi, dando supporto, modelli operativi concreti, agevolazioni e anche approfondimenti e indirizzi comportamentali.

Serve tutto questo, urgentemente!

*Dottore Commercialista, candidato nella Lista Moretta Presidente

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